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Perchè Siesta

"SIESTA", nel mondo con uno stile da condividere.

Si può andare in vacanza per fuggire dalla noiosa ripetitiva quotidianità, per rilassarsi, per mostrare agli amici le foto di luoghi oltre l’ordinario, per poggiare oggetti tipici di paesi lontani in bella mostra su mobili in stile, per piantare un’altra bandierina su di un mappamondo, a volte non immaginario, per provare il brivido garantito da rischiose emozioni in terre "pericolose" o da audaci modalità di viaggio. La vacanza indica un legittimo e diffusissimo modo di trascorrere il tempo libero caratterizzato, per definizione, dall’assenza d’impegno culturale e d’un forte coinvolgimento personale. Si può viaggiare invece per conoscere, perché attratti dalle diversità, per curiosità; il viaggio presuppone la necessità di informarsi prima, verificare durante, riflettere dopo. Ciò è certo più impegnativo dell’andare semplicemente in vacanza, perché dovremo sempre aver presente ed essere "consapevoli" di come siamo "noi", di come siano gli "altri", delle inevitabili e, a volte, poco conciliabili differenze, dei necessari limiti e particolari modalità con cui ci si debba rapportare alle "diversità".

Il modo e lo stile di comunicare diventa fattore ed argomento centrale nel rapporto, più o meno profondo, con il paese e gli uomini che si è deciso di frequentare per alcuni giorni o settimane. Nel luogo prescelto vengono meno le sicurezze acquisite, le certezze consolidate in un ambiente che parla la nostra lingua e, soprattutto, possiede una cultura, che per quanto articolata e spesso contraddittoria accompagna ognuno di noi da quando esistiamo. La comunicazione attraverso cellulari e Internet, così come oramai si è imposta nei paesi da cui proviene la maggior parte del turismo mondiale, è costretta a fare molti passi indietro, "regredisce" e si ripresenta con le caratteristiche proprie, fortunatamente, del rapporto tra uomini e donne che si incontrano per strada, fisicamente, senza la mediazione di avanzate tecnologie. L’uomo torna "primitivo" senza strumenti che lo aiutino a comunicare, e deve fare quindi solo affidamento solo sulla sua "umanità". Anzi, alla necessità del faccia a faccia, si aggiunge la difficoltà delle differenze dei codici usati per la comunicazione. Così, l’abbigliamento, la gestualità, le poche parole eventualmente conosciute della lingua locale "in shà Allah" o "namaste" o "mabuhay", il rispetto delle diverse culture, la capacità di farsi coinvolgere da una sana e non invasiva curiosità, diventano le chiavi per entrare attraverso una corretta comunicazione in rapporto con l’altro. Noi, la nostra faccia, il sorriso o un’occhiataccia, una stretta di mani o un congiungerle all’altezza del viso, scattare una foto, indossare un corretto abbigliamento, dare o meno un’elemosina, adottare un comportamento lontano da atteggiamenti di "colonizzatore cultural - eurocentrico", diventano i parametri su cui misurare la capacità di rispettare l’altro a casa sua.

Il "turismo sostenibile", questo è il tema centrale nei dibattiti sulle caratteristiche che devono contraddistinguere i viaggiatori contrapposti alla più diffusa figura del turista o del vacanziere. Un sano realismo ci rende coscienti dell’inevitabile influenza, nel bene e nel male, che il turismo o il viaggiare, più o meno consapevoli, producono sui luoghi visitati. Lo sviluppo nella comunicazione, lo spostarsi di uomini e idee, gli scambi commerciali, la necessità di varcare i confini nazionali hanno portato dal secondo dopo guerra ad oggi, ad una omologazione delle culture umane mai riscontrata in tutta la storia dell’umanità. Accanto agli indubbi, e, forse, preponderanti riflessi positivi, sorge però la preoccupazione di un appiattirsi delle "diversità" che solo i propugnatori di un modello culturale unico, di un "uomo a una dimensione", salutano come "inevitabile progresso". Troppi sono gli evidenti segnali di questo appiattimento per non preoccupare chi non abbia paura e non sia infastidito dalle differenze, intese come ricchezze culturali, risultato di antiche e distinte tradizioni. Le forzate omologazioni comprimono e a volte cancellano le differenze, sotto la spinta inarrestabile dell’economia. Ma, sembra ormai che non sconvolga più di tanto l’uniformarsi delle infinite variazioni dell’abbigliamento e dei costumi tradizionali allo stesso identico modo di vestire universalmente imposto dalla "moda". Né si fa molto caso al diffondersi di modalità di saluto, che cancellano gesti millenari quale quello di portare la mano al cuore o quello di congiungere le mani a mo’ di preghiera all’altezza del viso o del petto, accompagnato a volte da un leggero inchino, per omologarsi alla più diffusa e virile stretta di mano. Sino a che dovremo molto probabilmente abituarci all’idea di un futuro prossimo in cui, come già fanno i ragazzi in alcune parti del mondo, ci si debba salutare schiaffeggiandosi reciprocamente la mano sollevata, come fossimo tutti dei giocatori di pallacanestro, facendo così ogni giorno un nuovo passo verso il progresso del "Give me five"!

Non vogliamo ovviamente ricordare nostalgicamente il "buon tempo antico", o fare l’elogio del rapporto tra uomo e natura escludendo ogni tecnologia; non vogliamo neppure interrogarci sull’inevitabilità del "modello unico" che ha travolto altre culture e modalità di rapporto tra gli uomini che passa, non casualmente, attraverso l’adozione di archetipi validi in tutto il mondo quali il calendario gregoriano, la lingua inglese, la Coca Cola ed il dollaro. Vorremmo solo cercare, nei limiti delle nostre possibilità e di quelle di tutti coloro che credono in un "andare sostenibile per il mondo", condizioni di viaggio per lo meno compatibili con la particolare situazione esistente nei diversi luoghi.

Ci piacerebbe addirittura parlare non di "turismo sostenibile", ma di "turismo che aiuti a sostenere" alcune delle peculiarità delle zone visitate.

In questo tentativo, l’informazione diventa lo strumento indispensabile per cercare di capire, ancora prima di recarvisi, taluni dei tratti specifici della situazione in cui ci si immergerà per alcuni giorni.

Coscienti che la riuscita di un viaggio, sia dal punto di vista della soddisfazione del viaggiatore, che dell’impatto ambientale e con le culture locali, dipenda molto dalla corrispondenza tra aspettative e risultati del viaggio stesso. Riteniamo infatti indispensabile fornire informazioni in modo che le aspettative possano trasformarsi in consapevolezza. Sarà così possibile decidere non solo e non tanto il tipo di abbigliamento adatto in relazione alle condizioni climatiche del luogo prescelto, ma addirittura se effettuare o meno quel viaggio dopo averne ottenuto adeguate informazioni.

"Eurasia" e "Carte di Viaggi e d’Avventure" ci sembrano strumenti adatti in questo tentativo perché reputiamo possano essere in grado di stimolare l’attenzione verso alcuni aspetti essenziali del viaggiare, da soli o in gruppo, e delle specifiche caratteristiche culturali del luogo. Esistono in sostanza delle modi di viaggiare e delle condizioni a cui sottostare, o che assai meglio sarebbe "condividere", di cui è indispensabile avere cognizione. Alcune di queste possono sembrare fastidiosi doveri o addirittura dei divieti; altre, limitazioni delle nostre libertà, altre ancora appaiono contraddittorie, riguardo al "nostro" buon senso. Le infinite esperienze vissute in quasi trent’anni di attività ci fanno ritenere che sia indispensabile, per mantenere e rafforzare lo "stile" da noi ambito, poter contare su una convinta e piena adesione agli avvertimenti che "SIESTA" propone: per non offendere la sensibilità dei locali, per non incidere negativamente sulla cultura del luogo, per non incorrere in sanzioni a fronte di eventuali trasgressioni delle norme che ne regolano la convivenza, per utilizzare al meglio il tempo e le occasioni delle visite.

Realisticamente ci rendiamo conto che sino ad ora i suggerimenti ed i consigli che forniamo per iscritto sulle nostre pubblicazioni e nei programmi finali di viaggio inviati pochi giorni prima di partire, non sempre sono stati oggetto della giusta considerazione, quasi trattasi di parole scritte per consuetudine e per un generico senso del dovere, più che per la necessità di essere lette, correttamente recepite e rispettate.

Ci sentiamo quindi in dovere di richiamare l’attenzione di chi intenda viaggiare con noi, che i suggerimenti forniti non devono essere considerate generiche "avvertenze" il cui rispetto vada lasciato alla discrezione e sensibilità dei viaggiatori, ma indicazioni di cui chiediamo una convinta e vincolante condivisione.

Lo staff di Siesta


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