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• Un viaggio impegnato, fatto per
abbandonarsi al piacere della visione, del guardare, del vedere, che ha
come obiettivo l'assenza di uno scopo finale, di una direzione che non
sia quella del perdersi nelle emozioni di una visione d'insieme. Non è
un viaggio facile, non solo perché i servizi turistici, pur
sufficienti, risentono dello standard yemenita, ma soprattutto perché i
nostri sensi, la nostra emotività, non possono permettersi rilassamenti
se vogliamo godere appieno di questa esperienza. Dall'inaccessibile
Kawkaban non scenderemo fino a Shibam (del nord) in jeep, ma cammineremo
a piedi per il sentiero che gli yemeniti hanno percorso per secoli,
prima che pochi anni fa fosse costruita la strada asfaltata. Da Sana'a
non andremo in aereo a Seiyun ma attraverseremo in fuoristrada il
deserto. Nessuno avrà il coraggio di perdersi una passeggiata di notte
senza meta e senza orari, non ci faremo tentare dallo sprecare l'acqua
per rinfrescarci durante l'attraversamento del Rub al Khali, né ci
tireremo indietro quando sarà necessario spingere le jeep che
inevitabilmente si insabbieranno. Non faremo caso all'intorpidimento
delle gambe quando saremo seduti a terra sui cuscini nei funduq dove a
volte mangeremo e non potremo rifiutare il pane caldo che ci verrà
offerto nei mercati. Difficile sarà dire di no all'offerta degli
autisti di assaggiare il qat. Ci abitueremo presto alle loro guance
gonfie e al loro sorriso smorzato dalla necessità di continuare a
masticare. Non ci tireremo indietro se dovremo rinunciare a qualche ora
di sonno per non perderci l'alba nel deserto, e saliremo in cima alla
collina per vedere meglio il tramonto su Shibam. Nessuno si lamenterà
dell'inesistente vita notturna, della mancanza dei locali tipici in cui
assistere alle danze folcloristiche, perché tutti balleremo per strada
durante i trasferimenti, con i nostri autisti, la danza della jambiya.
Ed infine non potremo considerare gli altri partecipanti degli
"occasionali vicini di ombrellone" perché gli altri sono
compagni di viaggio con i quali i disagi e la sorpresa, la polvere e gli
stupori, lo sporco e l'incredulità, i lunghi trasferimenti e
l'eccitamento dei sensi, trasformano i potenziali problemi dello stare
in gruppo in condivisione delle emozioni. Particolarità di questo
viaggio è il pernottamento nel deserto. I partecipanti dovranno
collaborare al montaggio delle tende. •

| 1°
giorno ROMA/SANA'A |
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Partenza nel primo pomeriggio per Sana'a con volo
di linea. Cena in volo. Arrivo in serata e trasferimento in hotel.
Pernottamento.
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| 2°
giorno SANA'A/WADI DAHAR/MARIB/DESERTO |
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Prima colazione e visita di Wadi Dahar a soli 15
Km dalla capitale. Si tratta di un vero e proprio canyon scavato dal
fiume e dominato da pareti rocciose alte fino a 200 metri,
interamente bordato da terrazzamenti con orti perennemente verdi. Al
centro della valle, su uno spuntone di roccia basaltica alto 50
metri, si innalza "Dar el-Hajjar", lo stupefacente
"Palazzo della Roccia", una delle residenze estive degli
Imam costruito negli anni trenta e divenuto simbolo dello Yemen. Il
palazzo è alto cinque piani ed è tutto decorato di stucchi bianchi
secondo il tipico stile di Sana'a. Proseguimento per Marib, 170
chilometri a est di Sana'a. La strada si snoda attraverso una
regione montagnosa e raggiunge i 2300 metri. Una ripida discesa
segna l'inizio della regione desertica. Marib, l'antica Mariaba del
regno di Saba, si trova nel punto in cui si incrociavano le carovane
del sud al tempo dei grandi regni dell'Arabia Felix. Qui è stata
impegnata nelle ricerche archeologiche una missione italiana guidata
dal professor Alessandro De Maigret. Dalla sabbia che ha coperto la
maggior parte delle rovine, emergono oggi solo otto pilastri del
peristilio ed il basamento del tempio ovale di Awwam. Il tempio,
anche chiamato "Mahram Bilquis", dal nome yemenita della
regina di Saba, che è appunto Bilquis, o "Grande Tempio della
Regina di Saba" è circondato da una vasta necropoli, dove è
stata rinvenuta la statua bronzea del "Maadkarib",
conservata nel museo di Sana'a. La figura di questa stupenda sovrana
ha alimentato la fantasia del mondo per più di 3000 anni, forse
anche per la storia d'amore che la legò al re Salomone. Per questo
rimandiamo gli interessati alla lettura dei 13 versetti del capitolo
10 del 1º libro dei Re, contenuto nella Sacra Bibbia. Un chilometro
e mezzo a sud-ovest, cinque colonne monolitiche stanno ad indicare
il sito dove si trovava il tempio "Almaqah" dedicato a
"Ilumquh", il dio luna. Di grande importanza, seppure i
resti siano poco visibili, è la diga di Marib, costruita
probabilmente nell'VIII secolo a.C. per bloccare il percorso del
fiume Dhanah e convogliarlo nelle chiuse. L'opera consisteva in un
grandioso terrapieno lungo circa 700 metri, che si estendeva tra due
sistemi di chiuse, uno a nord ed uno a sud. Le chiuse erano
sistemate ad una altezza sufficiente per garantire lo scorrimento
dell'acqua attraverso un sistema di canali. L'acqua ricca di limi
fertilizzanti irrigava i campi intorno a Marib. Il Corano parla di
"Giardino di Destra" e "Giardino di Sinistra"
riferendosi alle rigogliose oasi a nord e a sud del Dhanah. Ma
ancora molto prima gli antichi parlavano di Arabia Felice. Ci
giungono notizie sulla costruzione, sulla manutenzione e sulla
ricostruzione successiva della diga dalle iscrizioni ritrovate sui
blocchi delle chiuse. La diga crollò nel 575 d.C. per mancanza di
manutenzione, dovuta alla crisi economica in cui versava a quel
tempo la ormai declinante civiltà arabica. La diga ha costituito la
ricchezza della regione per più di un millennio e rappresenta senza
dubbio la maggiore opera d'ingegneria araba pre-islamica. Poco
distante, una nuova diga dono di uno sceicco di Abu Dhabi, sta
lentamente ricolorando il deserto, ma il passato del regno di Saba
rimane una leggenda stupenda. Seconda colazione in corso di visita.
Nel pomeriggio ci inoltriamo nel deserto Ramlat a Sabatain in
direzione est per allestire insieme agli autisti, alle guide ed
all'accompagnatore il campo per la notte. Cena al sacco preparata
sul posto. Pernottamento in tende di tipo igloo.
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| 3°
giorno DESERTO/SEIYUN |
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Prima colazione e proseguimento per Seiyun. Se
possibile sosta a Shabwa, conosciuta dai Romani come Sabota e
capitale dell'antico regno di Hadramaut (750 a.C.) le cui rovine
sono ancora parzialmente sotto la sabbia ed il sale. Seconda
colazione in corso di viaggio. Arrivo a Seiyun. Cena e
pernottamento.
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| 4°
giorno SEIYUN (HADRAMAUT |
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Prima colazione ed intero giorno di visite degli
splendidi villaggi dell'Hadramaut, un altopiano fratturato da wadi
di 1500-2000 metri parallelo alla costa. Vi si conduce una vita
molto povera, basti pensare che la luce elettrica è arrivata nel
1980. Nessuno soffre la fame ma la dieta quotidiana è fatta quasi
esclusivamente di cereali come il miglio ed il sorgo. La povertà
dignitosa della gente si manifesta attraverso i bambini ben
pettinati, la cartella dei libri per la scuola e le donne curate
nell'aspetto e nell'abbigliamento. I villaggi della valle sono delle
vere oasi appartate dal resto del mondo, rimaste isolate per secoli,
che hanno mantenuto una cultura autentica. Qui la presenza
dell'acqua si avverte nelle distese di palme da datteri, di campi di
miglio, sorgo e tabacco, ortaggi ed erba per il pascolo. Ma non il
qat. Si incontrano ovunque cammelli, asini e capre. In passato il
commercio dell'incenso e della mirra portò grandi ricchezze
all'Arabia meridionale e soprattutto alle oasi che controllavano il
passaggio delle carovane. Per questo si comprende la vocazione
naturale di questa gente per il commercio: nei villaggi ferve lo
scambio di tutte le loro semplici cose. Seiyun, capitale
amministrativa dell'Hadramaut, è circondata dalla valle
intensamente coltivata e nelle sue strade si vende e si compra di
tutto. Shibam, città fortezza risalente al III secolo d.C., è
incredibilmente suggestiva con i suoi 500 grattacieli ben conservati
di sabbia e paglia essiccate. Costruire in altezza era necessario
per destinare alla coltivazione i fertili terreni circostanti e
difendersi dalle alluvioni del wadi Hadramaut. Il villaggio
pre-islamico è un gioiello architettonico unico al mondo. Racconta
di Shibam Laura Mulassano: "I suoi 1700 anni non sono riusciti
a far sciogliere le mattonelle di fango e paglia che la tengono
insieme. E la segregazione del comunismo reale non ha permesso
intrusioni e scempi da turismo facilone. L'Unesco l'ha dichiarata
patrimonio dell'umanità, l'ha messa sotto la sua protezione,
installando nel palazzo del sultano un proprio ufficio con tanto di
funzionari. Sono incaricati di studiare tutti i sistemi perché
Shibam non muoia e non si rovini. Perché le canalizzazioni antiche
che regolamentavano le irrigazioni e controllavano le piene del
torrente vengano ripristinate e non guastate da costruzioni di
cemento armato. A prendersi cura di Shibam c'è anche uno studioso
italiano, il professor Pietro Laureano, che della fortezza
dell'Hadramaut si è perdutamente innamorato. Davanti ai 500
grattacieli, il letto arido del wadi è sabbioso e vasto. Ci corrono
Toyota e camioncini Mitsubishi, ci giocano a pallone i ragazzi. Ma
quando tramonta il sole e il canto del Muezzin richiama alla
preghiera tutto si ferma. I fedeli di Allah lasciano il foot-ball e
stendono i loro tappetini: Allah'u Akhbar..... Allah è grande.
Islamici veri, fedeli puri, niente alcool e niente fanatismi
integralisti. Solo il Corano e la preghiera, nell'antica moschea del
Venerdì. Le donne qui non hanno mai mostrato la faccia. Velate di
nero, coperte dalla lunga abaia, la burdah (maschera di velo con
fessure per gli occhi) calata sul viso, le femmine oltre i 12 anni
non lasciano vedere neppure mani e piedi. Li infilano nei guanti e
nelle calze, neri naturalmente. Inquietanti figure stregonesche,
senza davanti né dietro, si aggirano per le viuzze, spingono capre
e pecore a pascolare nei campi, mietono l'orzo, portano l'acqua e le
fascine per il fuoco, vanno al mercato o a far visita alle amiche,
sempre avvolte nell'abaia corvina. Unica concessione al tutto nero
un cappello di paglia, tesa stretta e cupola alta e puntata, che le
tramuta in bizzarre fattucchiere, in maghe dei campi, in streghe dei
greggi. Qui le donne lavorano molto, gli uomini poco. La società
sonnolenta e maschilista dell'Hadramaut permette che gli uomini se
ne stiano in casa ad oziare, che siedano in strada a fumare il
narghilè e a bere tè caldo e dolce; che giochino furiose partite a
domino o al massimo se ne stiano in piccoli botteghini a vendere
verdure e spezie. Mentre le donne fanno il resto: dai figli (sette,
dieci per famiglia) ai campi, agli animali, alle case. Le case! La
meraviglia di Shibam. Hanno porte mirabili in legno sbalzato e
chiodato, chiavistelli intagliati azionati da geniali lucchetti di
legno. Davanti alle porte capre e pecore attendono pazienti di
entrare al pianterreno, a loro riservato. La famiglia patriarcale
che abita il grattacielo (dai nonni, ai figli, ai nipotini) riempie
invece tutti i piani alti. Alle numerose spoglie ed essenziali
stanze e al mufredge, il salotto comune, si accede per scale ripide
e calcinate, quasi marmorizzate di bianco o di celeste, simili alle
scale liguri. È difficile entrarci, in una casa. Le donne non si
mostrano, se ne stanno, le sentiamo, a far chiasso in cucina. Gli
uomini sono gentili, ma fermi nel difendere la privacy: offrono
acqua fresca e tè caldo, mostrano con orgoglio il mufredge con il
pavimento coperto di tappeti e le finestrine di pizzo di legno dalle
quali filtra il giusto sole. All'interno fa un fresco delizioso. I
costruttori di Shibam sapevano che l'Hadramaut può essere rovente e
le pareti sono a tenuta termica". Ci sembra che questa
descrizione possa far intendere il fascino d'altri tempi di questa
valle e degli altri centri che, oltre a Shibam, la popolano. Tra le
tante menzioniamo Tarim che è la terza città della valle ed è un
importante centro di studio della religione islamica. Nelle
biblioteche della città sono conservati preziosi manoscritti che
documentano la vita dei grandi uomini religiosi del passato. Seconda
colazione in ristorante locale. Cena e pernottamento.
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| 5°
giorno SEIYUN/SANA'A |
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Prima colazione, in tarda mattinata trasferimento
in aeroporto e partenza per Sana'a dove si giunge dopo circa un'ora
di volo. Visita di questa antica capitale dell'Arabia meridionale
che conserva, come poche città al mondo, ancora quel fascino che la
rese celebre in tutto il mondo islamico. E' il compendio di tutte le
bellezze yemenite, questa capitale che si stende sull'altopiano a
2250 metri di altitudine, ai piedi del Jebel Nuqum. La tradizione
riporta che la città sarebbe stata fondata da Sem, figlio di Noè.
Forse Sana'a fu un centro del regno degli Himyariti, dopo l'antico
regno di Saba. Ebbe importanza prima di Maometto e possedeva un
tempio rivale della Kaaba. Nel medioevo fu tenuta da governatori
abissini, più tardi da musulmani e turchi come città santa
dell'Islam. Le mura della città risalgono al X secolo d.C. ed
includono la città vecchia. Nel XII secolo la cinta venne estesa
verso ovest; in seguito, sotto il dominio dei turchi Ottomani (XVII
secolo) essa venne ulteriormente ampliata. Originariamente le porte
della città erano 6, ma solo una, Bab al-Yemen, ha conservato la
sua forma originale ed ancora oggi permette l'accesso alla città ed
al suq. Tre sono le zone principali comprese entro le mura: la
città araba, il quartiere turco ed infine il quartiere ebraico,
abbandonato nel 1949 quando gli Ebrei fecero ritorno in Israele. Il
suq principale di Sana'a si chiama suq al-Milh, mercato del sale, e
si estende da Bab al-Yemen sino alla città vecchia. Il mercato è
articolato in tanti vicoletti che si intersecano tra loro ed
attraverso il suq si arriva nel cuore della capitale. Le merci
profumate e strane, i minuscoli negozietti degli artigiani, il
traffico di biciclette, asini e carrettini, i colori degli abiti
della gente non possono che incantare il visitatore. Gli uomini
hanno bei profili aquilini ed una dignità innata, portano tutti il
turbante ed un lungo coltello ricurvo, simbolo di virilità. Le
donne hanno una naturale grazia di portamento ed il loro fascino
aristocratico è aumentato dalla bellezza degli abiti che indossano,
di vivaci colori e finemente ricamati. I loro gioielli, di pesante
filigrana d'argento, sono un simbolo dello stato sociale. Alcune
sono velate, altre si truccano il viso con fantasiosi disegni di
henné. Sana'a è simbolo di una cultura per la quale il tetto non
doveva significare solo un riparo: case alte fino a 5 o 6 piani, del
colore della terra e finemente decorate con ornamenti in gesso
bianco ed ocra, di una splendida architettura medioevale; minareti e
cupole dell'islam; un popolo di soli uomini che vaga senza frenesia
negli stretti vicoli polverosi e donne solitarie che compaiono di
sfuggita nascoste da lunghi veli neri. L'architettura delle case
della vecchia Sana'a non differisce concettualmente da quella di
tutto il resto del paese. La casa-torre, che alle origini poteva
anche avere compiti difensivi, presenta poche e piccole aperture ai
livelli inferiori riservati alle scuderie, alle stalle, ai magazzini
del grano ed altre merci. I primi piani sono riservati alle donne ed
ai bambini, quelli superiori alle sale di soggiorno ed ai servizi.
L'ultimo piano, il mufredge, è il punto centrale della casa dove
gli uomini ricevono gli amici ed i parenti e dove nessuna donna
entrerà mai. Cena e pernottamento.
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| 6°
giorno SANA'A/THULA/KAWKABAN
/SHIBAM/SANA'A |
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Prima colazione e partenza per la visita di
Thula, una cittadina divisa in due parti: la città racchiusa tra
mura antiche, quasi interamente intatte a ridosso del Monte Thula e
la cittadella fortificata in cima alla montagna. Oltrepassando
Hababa, con la sua bellissima piazza che si affaccia su una grande
cisterna ancora usata dalle donne del villaggio, si raggiungono
Kawkaban e Shibam. Le due località sono insediamenti pre-islamici,
come testimoniano i grandi blocchi di pietra con iscrizioni sabee e
himiarite con cui è stata costruita la porta di ingresso di Shibam
e le antiche colonne che si trovano oggi incorporate nelle sue case
e nel suq. Kawkaban è nota come fortezza e si snoda lungo la cima
della montagna a strapiombo su Shibam. Dall'alto si gode un
suggestivo panorama sugli altipiani orientali, sulla cittadella di
Thula e verso il massiccio montagnoso di Shayab. Seconda colazione
in un locale funduk. In un'ora si può ritornare a piedi a Shibam,
attraverso uno stretto canalone tra le rocce che fino a poco tempo
fa era l'unica via di accesso. Ora le due località sono collegate
da una strada asfaltata ma è molto bello percorrere il facile
sentiero. Rientro a Sana'a nel pomeriggio. Cena.
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| 7°
giorno SANA'A/MANAKHA/AL HAJJARAH/SANA'A |
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Prima colazione, e partenza per la visita di
alcuni villaggi di montagna della regione sud-occidentale. Sosta a
Manakha e, dopo la seconda colazione nel locale funduk, visita di
questo villaggio interamente costruito in pietra, posto sulla cima
di uno sperone dominante due grandi vallate. Qui regna su tutto lo
spirito delle montagne che ispira i visitatori del passato come
quelli di oggi. Ebbe un ruolo strategico determinante durante
l'occupazione ottomana, anche grazie alla sua posizione strategica
sulla strada per il trasporto delle merci dalla zona costiera a
Sana'a, da cui dista 90 Km. Evidente segno di quella dominazione è
la fortezza che si trova a nord di Manakhah. Il villaggio ha un
aspetto piacevole con le sue elevate case-fortezza in pietra, che
non si distinguerebbero dalla montagna rocciosa circostante se non
fosse per la pittura bianca che incornicia le finestre nelle
facciate esterne delle costruzioni. Poste a gradinata su un pendio,
sono distinte dal quartiere del suq che invece è costituito da
costruzioni di minor pregio. Se possibile sosta ad Hoteib (al
Khutayb) un affascinante villaggio ismailita meta di pellegrinaggio
per i seguaci dell'Agha Khan poiché vi è sepolto un teologo molto
venerato da questa setta sciita. Proseguimento per al Hajjarah che
è il più integro villaggio in pietra dello Yemen settentrionale.
Qui le case di pietra murata a secco sorgono imponenti dalla roccia
e con esse diventano tutt'uno. Il paesaggio è aspro e montuoso,
segnato da numerosi terrazzamenti che testimoniano la tenacia di un
popolo che è riuscito a trarre sostentamento da una terra spesso
ingrata. La montuosità rappresenta, infatti, un ostacolo per
l'espletamento dell'attività agricola a causa dei pendii scoscesi,
talvolta inaccessibili, le frane e l'idrografia irregolare. I
terrazzamenti artificiali costruiti per rimediare a tutto ciò fanno
ormai parte integrante del paesaggio yemenita e ne costituiscono
anzi l'elemento più saliente. Si alternano su queste terre diverse
colture: caffè, sesamo, orzo, dura, frumento ma
soprattutto......qat, molto remunerativo per i contadini che lo
coltivano. Le foglie di questo arbusto, il Catha Edulis, alto fino a
sei/sette metri, vengono masticate lentamente sino a formare un
grosso bolo che viene tenuto fermo in bocca tra la guancia e la
gengiva; producendo una abbondante salivazione si permette una
assimilazione progressiva della droga contenuta nelle foglie, la
quale ha un debole effetto allucinogeno a causa di vari alcaloidi e
stearine. Rientro a Sana'a, e cena. In tarda serata trasferimento in
aeroporto e partenza per Roma dopo la mezzanotte.
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| 8°
giorno SANA'A/ROMA |
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Arrivo previsto nelle prime ore del mattino.
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